Le origini

Le origini della casa non hanno una datazione ben precisa, le “Pajare” sono strutture realizzate in pietra e ad oggi non è stato rilevato un periodo preciso di realizzazione. Villa Le Macchie nasce proprio come dimora contadina, successivamente ristrutturata, ampliata e ammodernata. Possiamo senz’altro affermare che la presenza delle pajare si è diffusa nel medio evo, ma tuttavia, non si escludono origini ancora più antiche. All’interno della piccola casa probabilmente vi era posto per due sole persone; attrezzata con un piccolo camino e dei ripiani in pietra, la pajara garantiva un’adeguata permanenza nei periodi di maggiore produttività agricola. Abbiamo dei dati forniti dagli eredi che possono certamente rappresentare la storia e la genesi più attuale della villa.

La zona delle macchie prende il nome dalla macchia mediterranea. L’appezzamento all’origine demaniale, venne bonificato dai contadini della zona e messo in vendita. In questi primi mesi dell’anno 1920,  due ettari di terreno furono acquistati, al costo di 6 mila lire, da Trani Cosimo (1897) detto “SCIURMANEDDO” (COZZE PATEDDE), sposato con Garofalo Angela detta “ la BRIGATIERA” (1901). In questa superficie agricola preesistevano ben due trulli del Salento: PAIARA. Cosimo “lu SCIURMANEDDU” non esitò ad erigere una LIAMA (STRUTTURA CON VOLTE A BOTTE E MURI SPIOVENTI DI PIETRA A SECCO) per ampliare la metratura e di conseguenza svolgere più agilmente le sue attività di coltivazione: pomodori, cipolle, patate, legumi, uva e alberi di olivo. Gli eredi raccontano che la famiglia intera si trasferiva alle MACCHIE solo dopo la festa del paese di San Giovanni, il 24 giugno.  Lui, sua moglie e le sue nipotine caricavano la “barda”(CARROZZA Per asino) e si dirigevano alle macchie per passarvi la stagione estiva. Naturalmente nei primi anni 20 le zone contadine non erano servite da alcun servizio energetico, l’unica fonte di luce notturna era rappresentata dalla luna. Cosimo dormiva nella paiara più grande, nella più piccola prendeva dimora  l’asinello, mentre Angela e le due bambine dormivano nella liama. La sera si mangiava prima del tramonto e per raggiungere il mare esisteva una  sola e piccola via sterrata, che si percorreva naturalmente a piedi nudi.

Negli anni la zona fu ampliata e ristrutturata.

 

Breve cronaca de “LA MACCHIA DE LU SCIURMANEDDU

Il Testo che segue, è stato realizzato da Elio Ferrari marito di Agata Garafalo, figlia di un fratello della BRIGATIERA, eredi attuali della proprietà. Il geometra Elio ha curato tutti gli interventi attuali sulla Villa, rendendola una meravigliosa casa vacanza, oggi interamente gestita dalla figlia Isabella. 

Le macchie” è un termine che si usava per indicare quella fascia costiera improduttiva (in parte di proprietà del demanio) dove predominava la macchia mediterranea quasi sempre di tipo basso. Oltre alle zone rocciose aveva invaso anche appezzamenti di terra che normalmente i contadini avrebbero potuto coltivare anche se piccoli e pietrosi. Ciò portò alla bonifica di gran parte di queste superfici da parte di contadini che ottenevano la concessione o dai proprietari, come coloni, o dallo stato.

La bonifica della macchia e l’acquisizione della proprietà da parte dei contadini portò anche a denominare le varie zone: Macchia de lu monte, Macchia de lu Romano, ecc.

Cosimo Trani “Lu Sciurmaneddu”

La zona su cui si trova la costruzione che si vuole presentare è conosciuta come Macchia de lu Sciurmaneddu, soprannome del proprietario, tale Trani Cosimo, sposato con Garofalo Angela, che acquistarono il podere, di circa due ettari, per la somma di seimila lire all’inizio degli anni venti.

Angela Garofalo “La Brigadiera”

Raggiungere il podere non era affatto semplice perché mancavano le strade carrabili e si doveva arrivare a piedi attraverso tratturi rocciosi e sconnessi invasi dalla macchia mediterranea. Il mezzo di trasporto di Trani Cosimo era l’asino, che gli faceva anche compagnia. Poiché non era possibile usare il carretto sull’asino veniva fissata la “varda” su cui si potevano caricare le cose da trasportare; alcune volte anche i bambini.

 

 

Nel podere insistevano delle strutture in pietra a secco:

  • Una paiara: costruzione in pietre a secco dalla forma di tronco di cono che normalmente veniva utilizzata come casa di campagna, durante l’estate, o come rifugio per ripararsi dalla pioggia, durante l’inverno.
  • Una liama: costruzione, sempre con pietre a secco, con sezione quadrata e con volta a botte che era adibita a varie funzioni:
    • come rifugio per l’asino che Trani Cosimo utilizzava per lavori della campagna e per il trasporto delle masserizie e della merce che produceva: pomodori, olive per la produzione di olio, uva per il vino e altri prodotti che coltivava;
    • come palmento per produrre il vino dalla vigna che coltivava;
    • come deposito.

Subito dopo l’acquisto del podere il Trani fece costruire una nuova liama di forma rettangolare con muri a secco dello spessore alla base che superavano i due metri e con una volta a botte come copertura realizzata con conci di tufo. Questa costruzione serviva per ospitare la famiglia (cognati, nipoti e parenti vari) durante il periodo estivo. Tale periodo normalmente cominciava subito dopo la festa di S. Giovanni Battista (24 giugno) e si concludeva prima della festa del patrono di Patù, S. Michele Arcangelo, il 29 Settembre.

Trani Cosimo, quando la famiglia era ancora in paese, si recava giornalmente, tranne alcune Domeniche e feste comandate, a lavorare la terra dalla quale dipendeva la sopravvivenza e l’economia della famiglia. La giornata lavorativa incominciava al mattino, quando stava per albeggiare, e terminava la sera, poco prima del tramonto.

Oltre alla coltivazione della terra bisognava, poi, accudire agli animali che facevano, a tutti gli effetti, parte della famiglia: quindi, pulire la loro stalla, rigovernarli mattino e sera, pulire il loro manto e così via.

In funzione della stagione, ed era la parte più interessante, si procedeva alla raccolta di quanto prodotto, tutto rigidamente biologico: i pomodori che in parte venivano venduti e in parte si usavano per fare provvista di salsa per l’inverno e condire, unitamente all’olio d’oliva, le “friselle” e il pane, le olive che venivano “spuracate” e portate al frantoio per produrre l’olio, l’uva per la produzione del vino oltre che mangiarla come frutta, verdura e frutta stagionale che serviva principalmente per il fabbisogno della famiglia.

I servizi su cui si poteva contare erano a livello zero: mancava l’acqua, pertanto era stata scavata un cisterna per la raccolta della acqua piovana: serviva per bere, lavare ed innaffiare; mancava completamente la luce elettrica, quando faceva buio o c’era la luna o si usava, il meno possibile, un lume a petrolio o le lucerne ad olio (quello lampante); per la pulizia personale era preferibile andare al mare, ma di mattino presto per non stare troppo esposti al sole e, una volta al mare, si potevano raccogliere i frutti di mare che allora abbondavano. Non esistevano negozi o supermercati; quando si traslocava si dovevano portare le provviste necessarie per la sopravvivenza. Di tanto in tanto si andava in paese per fare provvista di cose essenziali e necessarie. Altra caratteristica del soggiorno alle macchie era quella di non usare calzature: i sandali, o altro, venivano tolti e conservati all’arrivo e ripresi e usati solamente quando terminava la vacanza e si tornava in paese. Stessa cosa valeva anche per gli abiti.

La civiltà rimaneva lontana da Puzzu Pasulu.

Poiché Trani Cosimo e Garofalo Angela non avevano avuto figli, durante la stagione estiva portavano con loro i nipoti, figli dei fratelli di Angela, fratelli che,successivamente, hanno ricevuto in eredità il podere suddiviso in due parti. A loro volte hanno poi donato ai propri figlioli la loro quota ricevuta da Cosimo lu Sciurmaneddu.

Su una delle quote, quella toccata a Garofalo Agata, insistevano le costruzioni rupestri di cui sopra. Quando si è tentato di ristrutturarle per renderle abitabili, si sono riscontrati problemi strutturali di vario genere, per questo fu presa la decisione di ricostruire ex nuovo, ma con le modalità tradizionali le parti deteriorate, mantenendo la forma e la superficie della vecchia abitazione. Il complesso è stato costruito con conci di tufo delle cave del posto. Le volte sono state costruite, sempre con conci di tufo, in varie forme: a botte, a stella, a padiglione, ecc.. L’unica parte rimasta del vecchio fabbricato è la “paiara” che è stata integrata nella parte nuova.

La casa vacanza è composta da un’entrata centrale con un grande portone e una finestra altrettanto grande che si affaccia verso il mare. La parte destra, relativamente all’entrata, è composta da una grande sala a forma di “L” con un grande camino nella parte corta della “L”, camera da letto con bagno annesso, la cucina. Dal salone e dalla cucina si può accedere ad un grande terrazzo esposto sul lato mare. Nella parte sinistra si trovano una stanza da letto, la paiara, adibita anche essa a letto, un bagno e il disimpegno della zona. Il pavimento è in granagliato veneziano gettato in opera sotto il quale è stato realizzato l’impianto di riscaldamento per l’intero edificio. Per l’approvvigionamento idrico è stato trivellato un pozzo di acqua sorgiva, che è risultata ottima alle analisi effettuate, e serve sia per il fabbisogno della casa sia per l’irrigazione delle piante e degli alberi. In effetti vivono ancora e producono olive i vecchi alberi che Trani Cosimo curava con tanto amore.